Mafia, golpisti, servizi, affari (e gli Usa): ecco il cocktail che rende unico il mistero del Caso De Mauro
Un nuovo libro riapre la vicenda della morte del giornalista de L'Ora di Palermo. E avanza la tesi che il passato fascista della vittima possa spiegare l'enigma. Collegandolo al Golpe Borghese...
Benvenuti alla puntata #68 di È la Storia Bellezza, la newsletter che parla di Storia prendendo spunto dalla cronaca. Il tema di questa settimana mi è stato suggerito dalla lettura di un libro uscito da poche settimane, scritto dallo storico Mauro Canali e dedicato ad uno dei più intricati misteri d’Italia: il rapimento e l’omicidio del giornalista Mauro De Mauro. Il titolo - Ritratto di giovane fascista - può sembrare fuorviante ma come vedrete è invece perfettamente in linea con la tesi dell’autore.
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Un vero mistero può prendere anche le forme di un omicidio al quale mancano alcuni elementi fondamentali: niente mandante, nessun esecutore. Armi del delitto? Nisba. Movente? Idem. E a ben vedere manca pure il cadavere della vittima. Che però non può essere classificata come “presunta” perché nessuno dubita che il giornalista Mauro De Mauro, rapito sotto la sua casa di Palermo la sera del 16 settembre 1970, non sia sopravvissuto a lungo al suo sequestro. Non c’è neanche dubbio che il cronista del quotidiano di sinistra L’Ora abbia pestato piedi che non andavano neanche sfiorati. E, trattandosi di Sicilia, è più che probabile che la Mafia abbia avuto un ruolo importante nella vicenda. Detto questo, a quasi 56 anni di distanza i punti interrogativi rimangono in piedi tutti e il “caso De Mauro” resta uno dei più impenetrabili misteri d’Italia anche perché – da bravo enigma – potrebbe intrecciarsi con altri due misteri non meno impenetrabili: il caso Mattei e il Golpe Borghese.

Mauro Canali, storico di lungo corso, allievo di Renzo De Felice, gran frequentatore di archivi, prova a spiegare perché quei punti interrogativi sono ancora lì dopo tutto questo tempo. Per farlo la prende, apparentemente, alla lontana e di sguincio come sembra suggerire il titolo del suo ultimo libro: Ritratto di giovane fascista – Il caso Mauro De Mauro (Donzelli, pp. 215, € 18,00). In realtà, Canali per giustificare la scelta del titolo impiega mezzo libro (la parte più interessante) utile anche a sorreggere la seconda che è quella che riguarda propriamente il mistero della fine del giornalista. Che aveva sicure doti professionali ma anche un passato complesso messo in ombra da una morte che l’ha proiettato nell’affollato Olimpo delle vittime della lotta alla Mafia. Ora Canali ha deciso di mettere in fila tutto quello che gli archivi possono restituire per vedere se dietro la morte di De Mauro ci sia stata sì la Mafia ma solo come esecutrice di ordini arrivati da più lontano e da più in alto. In altri termini, in Ritratto di giovane fascista si ipotizza che De Mauro, forte della sua lunga e intensa militanza fascista, sia sotto il Regime che durante la Repubblica Sociale Italiana, abbia tenuto nel dopoguerra stretti rapporti col mondo neofascista ricavandone aiuti prima e notizie poi. Forse, suggerisce Canali, tra le notizie che De Mauro ebbe in via riservata ce n’era qualcuna che riguardava quello che in quei mesi bolliva in pentola e cioè la preparazione del Golpe Borghese (andato poi parzialmente in scena la notte tra il 7 e l’8 dicembre 1970, meno di tre mesi dopo il rapimento del giornalista). Il suo collega di stanza nella redazione de L’Ora, Bruno Carbone, dirà che De Mauro gli aveva confidato di essere venuto a conoscenza di «una cosa che avrebbe fatto esplodere l’Italia». Alla sua domanda di cosa si trattasse, De Mauro rispose che si trattava di «una cosa pericolosa ed è bene che tu non la sappia». Al che Carbone gli consigliò di confidarsi subito col procuratore capo della Repubblica di Palermo, Pietro Scaglione. De Mauro lo fece; ma cosa si siano detti i due non si saprà mai perché il giornalista morì di lì a pochi giorni e Scaglione lo seguì sette mesi dopo. Sempre per mano della Mafia.
Erano tempi brutti: l’Italia era ormai entrata nella terribile stagione della “strategia della tensione” ma tra le emergenze c’era anche la lotta alla Mafia che vedeva in prima fila il quotidiano di sinistra (finanziato dal PCI) L’Ora. Ovvio pensare quindi che De Mauro sia stato uno di quei giornalisti che han pagato caro l’aver ficcato il naso dove non dovevano. Infatti, le indagini seguirono subito la pista mafiosa anche se con “differenze” non da poco: i carabinieri presero ad indagare separatamente dalla polizia la quale, a sua volta, vide la Questura di Palermo dividere le indagini tra Squadra Mobile e Ufficio Politico. I carabinieri del nucleo investigativo di Palermo guidato dal capitano Giuseppe Russo (ucciso dalla Mafia nel 1977) si concentrarono sulla pista della droga mentre la polizia puntò sull’ipotesi di una relazione tra scomparsa di De Mauro e le sue indagini sul caso Mattei (la morte, il 27 ottobre 1962, del presidente dell’ENI, Enrico Mattei, vittima di un attentato che fece precipitare il suo aereo) commissionategli dal regista Francesco Rosi per il suo film Il caso Mattei, che uscirà nel 1972 con Gian Maria Volonté nel ruolo del protagonista.
Sin dai primi giorni lasciò perplessi l’insistenza dei carabinieri a seguire la pista del traffico di droga sul quale De Mauro, si ipotizzava, poteva aver fatto delle scoperte. Un’insistenza oggi spiegabile con i contatti di Russo con i servizi segreti ma anche, pare, con Junio Valerio Borghese e i suoi golpisti. Ma Russo agiva in autonomia? Canali ricorda che la vedova di De Mauro, Elda Barbieri fece osservare, più volte, all’allora colonnello Carlo Alberto Dalla Chiesa «che il marito non si occupava più da molto tempo del traffico di stupefacenti, ma che negli ultimi tempi aveva manifestato un interesse quasi esclusivo per le ricerche sui due giorni di Mattei in Sicilia». La risposta di Dalla Chiesa fu inquietante: «Signora, non insista su questa tesi – disse irritato – perché se così fosse ci troveremmo dinanzi a un delitto di Stato e io non vado contro lo Stato».
Nonostante i numerosi riscontri a sostegno della “pista Mattei” (ci sono varie testimonianze di pentiti di Mafia e, soprattutto, la dichiarazione del boss Stefano Bontade il quale confidò che il delitto «era stato un favore fatto agli americani»), Canali propende per collegare in qualche modo la fine di De Mauro alla preparazione del Golpe Borghese. Non si può negare che pure in questa direzione i riscontri - anche se forse non paragonabili a quelli della pista Mattei, del resto privilegiata dalla magistratura in più inchieste e processi – ci sono. C’è una evidente coincidenza temporale ma c’è anche il fatto che i golpisti cercarono contatti con la Mafia per averne l’appoggio (la cosa non ebbe seguito, pare); c’è l’evidente opera dei servizi segreti per depistare le indagini attraverso figure compromesse col progetto di colpo di Stato e c’è una intervista del mafioso Benedetto La Cara al settimanale comunista Giorni – Vie Nuove del 24 luglio 1974 nel quale, tra le altre cose, l’ex braccio destro del boss Gerlando Alberti sosteneva l’esistenza di un “filo rosso” che legava i delitti Scaglione e De Mauro, i quali «avevano scoperto tutto sul golpe in preparazione e soprattutto sulle complicità politico istituzionali di cui godevano i golpisti». Che dietro il progetto di colpo di Stato del principe Borghese ci fosse ben più della solita “galassia nera” è evidente: in piena Guerra Fredda, una nazione strategica come l’Italia era evidentemente sottoposta ad “attenzioni particolari”. Gli Stati Uniti sapevano tutto – anche perché avvertiti dallo stesso Borghese nell’agosto 1970 – e il libro di Canali riporta alcuni episodi: il più sorprendente è la testimonianza di Tommaso Buscetta, il famoso boss pentito, che ricorderà così il suo rientro negli Usa dopo un viaggio in Italia per valutare, con altri boss, se Cosa Nostra doveva o meno appoggiare Borghese: «Non appena sbarco in America, vengo arrestato e la prima cosa che mi domanda la polizia americana è: “Lo fate o no il golpe in Sicilia”, questa è la prima cosa che mi è stata chiesta non mi è stato chiesto quanta droga avessi portato o quanti omicidi compiuto ma soltanto: “Lo fate o no questo golpe?”. Io gli ho detto: “Ma quale golpe”, “Borghese”. Io dissi di non capire di cosa stessero parlando e quindi negai tutto ma gli americani ne erano a conoscenza».
L’argomento principe del libro di Canali a favore della “pista Borghese” è rappresentata dai legami che De Mauro ebbe per tutta la vita col Fascismo prima e col neofascismo poi. Per ricostruire questo aspetto Canali non lesina né pagine né notizie e documenti. Foggiano di nascita, classe 1921, De Mauro passa adolescenza e gioventù a Napoli dove milita prima nei GUF (Gruppi Universitari Fascisti) per i quali cura il giornale locale per poi passare alla Federazione partenopea del Partito Nazionale Fascista e a “collaborare” anche con l’Ufficio Politico della Questura. Durante la guerra ha problemi di salute per cui per lui il servizio militare si risolve nella logistica, niente fronte. Poi arrivano il 25 luglio e l’8 settembre e tutti devono fare scelte non facili: De Mauro sceglie la Repubblica Sociale. Si è sempre saputo (lui stesso l’aveva detto) che durante la Guerra civile il giovane giornalista aveva fatto parte dell’Ufficio Propaganda della Decima Mas del principe Borghese. In realtà, dimostra Canali, De Mauro approda alla Decima Mas solo nel marzo 1945, a meno di due mesi dal crollo finale. Tra l’ottobre ’43 e l’inizio del ’45 invece fa altro: entra nelle SS italiane e opera nella Roma occupata a stretto contatto con i vertici della polizia nazista, lo si vede spesso a via Tasso (comando SS nonché luogo di detenzione e torture), partecipa a varie azioni anti partigiane e, secondo alcune voci (smentite da Kappler) sarebbe stato l’unico italiano presente alla strage delle Fosse Ardeatine. Con la caduta di Roma (4 giugno 1944) De Mauro va al Nord inseguito dalle segnalazioni di Radio Bari (la radio dell’Italia sotto controllo anglo-americano) che lo bolla come “spia”. Si ferma a Novara dove lavora alla Federazione del Partito Fascista Repubblicano entrando automaticamente nelle Brigate Nere e occupandosi dell’Ufficio Politico (dedito alla lotta anti partigiana). Dopo qualche mese è coinvolto in una storiaccia di malversazioni (sparì la cassa della Federazione) e scappa a Milano. Dove, finalmente, entra nella Decima Mas: per poche settimane perché intanto arriva il 25 aprile...
Catturato dagli americani e rinchiuso nel campo di Coltano insieme ad altri 30 mila ex fascisti, De Mauro evade oppure – Canali coglie varie incongruenze nelle versioni fornite da lui e dalla famiglia - viene fatto evadere: «Ritengo non del tutto assurdo ipotizzare – scrive Canali – che De Mauro, in un periodo in cui frequente era il reclutamento da parte alleata di ex fascisti da utilizzare nella nuova temperie politica anticomunista che andava ormai delineandosi, possa essere stato liberato dagli stessi Alleati per mettersi al loro servizio e venire utilizzato altrove». Sia come sia, dal dopoguerra il campo d’azione di De Mauro diventa la Sicilia: è lì che si rifugia e inizia a lavorare come giornalista sotto falsa identità. Può contare, ricorda Canali, sull’appoggio di ex camerati che hanno buone posizioni in politica e nell’economia dell’isola. Certo, se voleva davvero passare inosservato De Mauro poteva far meglio: come falso nome si sceglie non “Mario Rossi” ma il più impegnativo “Italo Carlo Fuks”. Non basta: quando nel 1949 gli nasce la prima figlia la chiama Junia Valeria Fiamma! (qui Canali per sottolineare il rimando al simbolo del MSI inciampa nella storia, strasmentita, della fiamma tricolore che nasce dalla bara di Mussolini…).
De Mauro si inserisce velocemente nella società siciliana e lo fa con un ruolo che ad alcuni sembra ambiguo. Un rapporto del SIFAR, il servizio segreto militare, del 1951 riferisce che il giornalista «mantiene contatti con elementi comunisti ai quali farebbe da informatore; avvicina elementi notoriamente attaccati al passato regime fascista dicendo di essere in corrispondenza col principe Borghese (…) È ritenuto elemento intelligente, scaltro e capace del doppio gioco». In quegli anni l’osmosi tra i fronti contrapposti è stato un fenomeno più diffuso di quanto si pensi: ben noto alla storiografia, il flusso di ex fascisti verso i partiti di sinistra (paragonabile a quello, di senso opposto, che tra il 1921 e il 1924 interessò i partiti di sinistra verso il Fascismo) resta ancora sconosciuto al grande pubblico. Quindi che De Mauro sia finito in un quotidiano “vicino” al Partito Comunista può stupire fino ad un certo punto. Ripresa la sua vera identità e senza mai rinnegare il suo passato De Mauro inizia a far vedere che il mestiere lo sa fare bene. Il direttore de L’Ora, Vittorio Nisticò, a chi gli fa osservare chi è il cronista che ha appena assunto, liquida “il problema” dicendo che è «bravo e leale». Pure Nisticò aveva trascorsi fascisti anche se non così compromettenti come quelli di De Mauro che, sottolinea Canali, «nella redazione de l’Ora aveva trovato altri ex fascisti, come lui transfughi politici in Sicilia». C’è di più: nel cda del quotidiano filocomunista siedono due personaggi da romanzo: uno è Vito Guarrasi, potente uomo di affari legato ai servizi anglo americani oltre che alla politica siciliana; l’altro è Gianni Carbone, ex ufficiale della Decima Mas e uomo di fiducia di Guarrasi. Qualche anno dopo, troveremo l’ex marò Carbone a Roma come amministratore della società editoriale di un altro importante quotidiano filo comunista: Paese Sera.
L’ambito giornalistico non è stato l’unico settore nel quale gli ex fascisti, anche senza rinnegare il proprio passato, son passati al fronte opposto: del resto era statisticamente impossibile che milioni di persone venissero messe ai margini della società come pure si pensò di fare (e in certi settori si fece). Un interessante saggio di Marco Tarchi parla, a proposito di questo fenomeno, di Esuli in Patria. Ma è anche vero che quegli esuli fecero comunque (spesso senza ostentazioni) la loro parte nel mondo dello spettacolo, dell’arte, della legge, dell’industria, del sindacato, della burocrazia, delle forze armate. Molti si allontanarono dalle idee della loro gioventù senza abiure, altri si limitarono a fare il proprio lavoro senza proclami e magari senza neanche votare MSI. L’Italia del dopoguerra è stata fatta, piaccia o no, anche da questa massa, per lo più silenziosa e onesta, di cittadini che ha poco a che vedere con le derive estremiste di un neofascismo che, del resto, prese spesso forme di aperta rottura con il passato Fascismo. Il caso De Mauro si colloca in una zona grigia, tra quanti girarono pagina senza voltar le spalle al proprio passato e coloro i quali decisero di svolgere un ruolo nel mondo torbido della Guerra Fredda, guerra dai mille fronti che hanno attraversato ogni società e stato.
È stato dunque il suo passato a decidere il tragico destino di Mauro De Mauro? Allo stato delle cose non si può affermarlo ma solo sospettarlo. Quando, a inizio degli anni Duemila, la Procura di Palermo riaprì per la seconda volta il caso si rivolse ad un perito, il professor Aldo Giannuli, storico abbastanza noto ed esperto di intelligence. Giannuli, dopo aver studiato la documentazione a disposizione concluse che la “Pista Mattei” «restava la più suffragata» ma che la “pista Borghese” si collocava «saldamente al secondo posto». In quel processo si puntò tutto sull’incriminazione di Totò Riina per omicidio premeditato, pluriaggravato nei confronti di De Mauro. La cosa surreale è che quel processo fu l’unico in cui il capo della Mafia siciliana venne assolto. Purtroppo, in quella sede non si poté ricorrere ad importanti documenti che la Questura di Palermo aveva tenuto a lungo nascosti per poi “dimenticarli” in uno scantinato fino al 2009: in quelle carte, frutto delle indagini dell’Ufficio politico della Questura, emergevano il passato di De Mauro e le sue frequentazioni così come si delineava con precisione la figura di Vito Guarrasi, che si ipotizza possa essere stato l’anello di congiunzione tra i veri mandanti dell’omicidio e i presunti esecutori materiali, affiliati al clan Bontade. Questi dossier, spuntati fuori a processo già istruito hanno lasciato un’eco nelle sentenze della Corte d’Assise e della Corte d’Appello di Palermo, là dove si scrive – nel 2011 - che la verità sull’omicidio di De Mauro era stata «massacrata da un massiccio e mirato depistaggio» fin dalle prime indagini; e poi – nel 2013 - che «tutta l’indagine del processo per l’omicidio di Mauro De Mauro è costellata di depistaggi, è costellata di inquinamenti, di trappole».
Dall’archivio: a proposito del 25 luglio 1943…
Visto che oggi è il 25 luglio e già da giorni impazzano le solite ricostruzioni superficiali, sballate o tendenziose, ricordo che su questo tema ho scritto una newsletter l’anno scorso, la #20: Ma Mussolini che voleva fare davvero il 25 luglio 1943?. È un po’ lunga ma è piena di notizie. Volendo, c’è anche un video realizzato con il canale youtube Spunti di riflessione di Paolo Arigotti.
Cose interessanti e/o curiose trovate in giro
Annibale dove ha attraversato le Alpi?: uno studio pubblicato sulla rivista scientifica Proceedings of the National Academy of Sciences (PNAS), individua nel Colle delle Traversette (che dalla Francia sfocia in Piemonte) il valico alpino che il generale cartaginese attraversò con il suo esercito nell’autunno del 218 a.C. Per gli studiosi, che hanno calcolato il costo energetico richiesto a uomini e animali per attraversare le Alpi, è questa la strada migliore che Annibale potesse prendere.
Storia & Cinema, esce The Uprising: è prevista per il prossimo 11 settembre l’uscita del nuovo film di Paul Greengrass (Captain Phillips, United 93, Jason Bourne) dedicato alla rivolta contadina del 1381 che sconvolse l’Inghilterra di Riccardo II Plantageneto (qui il trailer).
Storia & modellismo: interessante questo video che spiega in dettaglio perché il modellismo ferroviario è entrato ormai da tempo in una crisi forse irreversibile. Spoiler: che i bambini non siano più attratti dai trenini è solo una piccola parte del problema…
Tensioni Polonia-Ucraina: Mosca soffia sul fuoco: le relazioni Varsavia-Kiev sono al minimo storico in questi mesi come È la Storia Bellezza ha raccontato qualche settimana fa. Ovviamente, la Russia cerca di fomentare i dissidi in ogni modo: il 6 luglio scorso la Federazione Russa ha infatti reso pubblici documenti che provano massacri di civili polacchi da parte degli ucraini durante la Seconda guerra mondiale. Tuttavia, il 18 luglio il governo di Varsavia ha accettato un piano in cinque punti presentato dall’Ucraina per risolvere finalmente il contenzioso sugli eccidi perpetrati tra il 1943 e il 1945.
Storia fresca di stampa: saggi e soprattutto romanzi storici danno corpo al solito imperdibile bollettino quindicinale delle nuove uscite in libreria curato dagli amici del sito Thriller storici e dintorni.
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